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Google e il nostro cervello funzionano nello stesso modo

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Il nostro cervello funziona come Google

Trovare ricordi nella nostra mente equivale a cercare qualche cosa su Google. Grazie ad uno studio di un gruppo di ricerca dell’Università di Leicester e della California è stato stabilito il modello neurale per scoprire come nascono i ricordi e lo hanno paragonato a come funzionano gli algoritmi di due motori di ricerca (Google e Bing). Il risultato è che l’algoritmo funziona come il nostro modello neurale.

Come funziona il nostro cervello per il recupero dei ricordi?

Il meccanismo principale per ricordare è quello dell’associazione tra concetti. Questi ultimi ci aiutano a risalire anche a ricordi lontani nel tempo. Quando dobbiamo inserire un ricordo nuovo nella nostra memoria questo viene correlato da concetti, dettagli etc… associati ad esso. Per questo motivo quando dobbiamo ricordare cose lontane nel tempo è utile ricreare alcune caratteristiche del momento ricercato (oggetti, particolari, luoghi) per innescare il ricordo.

Come funzionano i motori di ricerca online?

I ricercatori hanno ipotizzato che Google e Bing fossero un modello neuronale e hanno studiato il loro funzionamento comparandolo con quello del cervello umano. Il risultato è che anche i motori di ricerca richiamano concetti utilizzando associazioni come accade nella memoria umana.

I neuroni presenti nella memoria riescono a focalizzare pochi concetti, ritenuti importanti, ma questi sono tutti correlati tra loro.

“I neuroni sono gli elementi costitutivi della memoria, e rappresentano concetti e legami tra loro. In realtà, questi concetti e le loro associazioni rappresentano la struttura portante dei ricordi”, ha osservato il principale autore dello studio Rodrigo Quian Quiroga dal Centro per i sistemi delle Neuroscienze dell’Università di Leicester, “in linea con questa visione – ha continuato – si tende a ricordare i concetti importanti e a dimenticare un infinito numero di dettagli. Non a caso, tali dettagli non sono nemmeno codificati da questi neuroni”.

L’articolo originale su Nature

 

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